Faq

Che cosa significa esattamente “Dinamica dei sé” ( Psychology of selves)?
Con questo termine Hal e Sidra Stone hanno identificato la cornice teorica del loro
metodo, che studia le polarità in gioco nella dinamica psichica ed energetica
intrapersonale e interpersonale, attraverso la dinamica dei vari “sé” interiori.
Successivamente gli Stone, man mano che procedeva il loro lavoro, si sono resi conto che
è il ruolo dell’Io cosciente ad essere fondamentale. E’ solo un Io cosciente che può
sostenere la tensione tra le polarità, è il suo sviluppo che permette la trasformazione, ci
apre a nuovi modi di vivere, a una maggiore capacità di scelta, a una spiritualità che sa
andare al di là della dualità. Il concetto di Io cosciente è uno degli elementi più innovativi
del Voice Dialogue.

Che cosa si intende esattamente per Io cosciente (Aware Ego)?
Con questo termine ci si riferisce a un processo (non uno stato o entità) che può contenere
gli opposti senza giudicarli: ad es. il sé genitore e il sé bambino vulnerabile; l'attivista e il sé pigro; la mente razionale e il sognatore; l'energia del fare e quella dell'essere. Un Io
cosciente può scegliere in modo più ampio quanto più si apre a nuove polarità; in tale
processo l’Io cosciente cresce in relazione alla coppia di polarità che vengono esplorate e
può “tenere un braccio attorno a entrambe le polarità”. “Non vi è reale scelta fino a che
non si è in contatto con gli opposti”. Lo sviluppo dell’Io cosciente è l’obiettivo concreto del
Voice Dialogue.

Che differenza c’è tra Voice Dialogue e Dinamica dei sé?
Con il termine Voice Dialogue gli Stone identificano la tecnica che permette di
sperimentare e conoscere le subpersonalità in modo sicuro e protetto, attraverso la guida
di un facilitatore. La dinamica dei sé e dell’Io cosciente sono la cornice teorica,
rappresentano i principi del metodo; il Voice Dialogue è uno strumento ben articolato
con precise regole cui attenersi affinché il procedimento avvenga in sicurezza.

Cosa intendete esattamente con il termine “Sé”?
I sé sono le numerose strutture di comportamento che coabitano nella personalità. I
termini schema o aspetto energetico, parte, voce, subpersonalità sono sinonimi. Dietro al
vissuto personale del soggetto i sé rivelano una connessione con gli archetipi: ad es.
esplorando profondamente il sé di controllo si può risalire al Saturno archetipico. Quello
che differenzia la Dinamica dei sé da altre correnti che utilizzano il concetto di subpersonalità
è che qui i sé sono considerati reali, autonomi e indipendenti, e come tali
trattati e onorati. Questa è una differenza non da poco!
Entrando nel dettaglio, distinguiamo tra sé primari e sé rinnegati. I sé primari sono gli
aspetti che dominano nella personalità: si sono sviluppati per aiutarci a sopravvivere e
"guidano l'auto al nostro posto". I sé primari formano una “inner family” che si è
modellata grazie alla famiglia di origine, gli amici, gli insegnanti, chiunque abbia avuto
influenza su di noi. Nel Voice Dialogue i sé primari vengono trattati con rispetto, con la
consapevolezza che hanno avuto una funzione di protezione e sostegno durante la
crescita. Viene onorata la loro “seniority” e viene chiesto il loro permesso per accedere ai
sé rinnegati. In tal modo il processo di ampliamento psichico è sicuro e permanente. I sé
rinnegati rappresentano le polarità opposte ai sé primari. Sono ostacolati a esprimersi
dai sé primari, ma sono attivi a nostra insaputa, in modi talvolta distruttivi. I sé primari
spendono molta energia per continuare a respingerli nell'inconscio. I sé rinnegati si
possono manifestare nei sogni, nella malattia, in occasione di incidenti, nei giudizi
positivi e negativi verso gli altri.

Ma quanti sono i sé interiori?
Possono essere decine, centinaia, migliaia: tutto ciò che è umano può diventare uno di
questi sé che ci protegge. Generalmente sviluppiamo "raggruppamenti" di sé. Ad esempio
una persona può sviluppare, come gruppo di sé primari, un attivista che lavora
duramente nel mondo, una parte indipendente che non gli lascia sentire il suo bisogno e
non permette che gli altri lo feriscano; un sé mentale che interagisce col mondo e
interpreta la realtà…
Ogni società ed epoca favorisce lo sviluppo di alcuni raggruppamenti di sé, quelli
accettati e apprezzati a livello collettivo. Vi è poi l’influenza dell’“impronta psichica” della
persona, come dimostrano le ricerche sui gemelli identici cresciuti separati, che hanno la
tendenza a sviluppare lo stesso sistema di sé primari.
Naturalmente, seguendo il principio delle polarità, ad ogni sé corrisponde un altro
aspetto opposto: ad es. il perfezionista ha come polarità opposta il pressappochista; al sé
che detiene le regole si oppone il ribelle; alla mente razionale fanno da contrappeso i sé
irrazionali, l’intuizione... La psiche, fondamentalmente, ricerca l’equilibrio: ecco perché è
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importante riconoscere e integrare gli opposti che abbiamo rinnegato nel processo di
crescita.

Il termine “ego” viene spesso usato in modo negativo. Per voi invece l’Io
cosciente è la meta del lavoro. Vorrei più chiarezza su questo tema.

L'"ego" così come è definito abitualmente in psicologia rappresenta la funzione esecutiva
della psiche, ed è considerato come la "bestia nera" in molte dottrine spirituali. Nel nostro
linguaggio questo “ego/Io” non è altro che l’insieme dei sé primari e viene definito Io
operativo. L’Io operativo permette solo le scelte automatiche fatte dai sé primari che lo
costituiscono e in tal senso non offre una reale capacità di decisione, anche se un Io è
necessario per muoversi nel mondo. Anche con il Voice Dialogue, non possiamo pensare
di “raggiungere” un Io totalmente cosciente. In questo senso, saremo sempre un
“miscuglio” di Io operativo e di Io cosciente.

Il concetto di Bambino interiore compare oggi in molte discipline
psicologiche e spirituali. Voi date molto rilievo a quello che chiamate
“Bambino Vulnerabile”. Cosa si intende veramente?

Nella visione del Voice Dialogue l’attivazione dei sé primari avviene in maniera
energetica e preverbale dai primi mesi di vita, per proteggere l’esperienza fondamentale
di ogni bambino: una sensazione di grande vulnerabilità. In questo contesto,
vulnerabilità vuol dire la capacità di sentire in modo aperto e totale tutta la nostra
gamma emotiva. Questa estrema sensibilità è facilmente feribile e i sé primari si
costellano attorno al Bambino Vulnerabile per proteggerlo, finendo tuttavia per
seppellirlo nell’inconscio, in parte o totalmente. La separazione dai sé primari riporta a
galla sentimenti di vulnerabilità che devono essere protetti in modo diverso. A poco a
poco l’Io cosciente può tenere un braccio attorno alla vulnerabilità e uno attorno al
potere. Si parla in questo caso di “vulnerabilità potenziata” (empowered vulnerability).
Viceversa, l’identificazione con le parti vulnerabili, con i sé bambini, rinnegando le parti
di potere, porta il rischio di diventare vittima degli altri.
Nel modello del Voice Dialogue il Bambino è e resterà sempre tale: come schema
d’energia archetipico fa parte della nostra eredità di esseri umani, ma possiamo
imparare ad accoglierlo, proteggerlo e abbracciarlo in modo diverso. Il Bambino è la
parte più vicina all’essenza e come tale porta vivo il ricordo della nostra impronta
psichica. Accanto al Bambino Vulnerabile, vi sono molti altri aspetti bambini che possono
essere contattati: il Bambino giocoso, quello magico, quello spirituale… Ma è attorno alla
vulnerabilità che si sono schierati i sé primari, con il loro corollario di regole e
automatismi. Ecco perché questo aspetto è così centrale nell’esperienza del Voice
Dialogue.

Nel vostro modello viene dato molto rilievo al giudizio. Io ho invece lavorato
molto per “non giudicare”. Mi potete chiarire questa posizione?

Con il termine giudizio si indica quel movimento interiore, fortemente colorato di
emozioni, con il quale “teniamo a distanza” i sé rinnegati che proiettiamo sugli altri. Le
persone che fanno scattare il giudizio negativo o l’ammirazione intensa presentano
aspetti che sono espressione diretta dei nostri sé rinnegati. In tal senso il giudizio è lo
strumento che ci aiuta a cogliere le parti di noi che non vogliamo vedere. Quanto più
forte e colorato intensamente è il giudizio, tanto maggiore è il rinnego verso l’aspetto che
giudichiamo. Un Io cosciente può sperimentare i sé opposti e scegliere, usando il
discernimento e non il giudizio. “Un Io cosciente può essere selettivo in ciò che fa alla fine
con queste diverse energie. Non può essere selettivo riguardo alla sua volontà di
abbracciarle tutte. La scelta sta nella successiva azione che ne risulta, non nell'accogliere.
Abbracciare una parte non significa diventare questa parte”. Ecco perché, nella visione del Dialogo, sopprimere il giudizio non è un’operazione salutare. Intanto, in realtà il
giudizio non se ne va: semplicemente, affonda nell’inconscio e dà nutrimento al nostro
Critico interiore, che internamente “sa” che noi giudichiamo comunque e quindi… ci
giudica! Questo è un primo danno. Inoltre, sopprimendo il giudizio, perdiamo la
possibilità di scoprire le parti di noi che abbiamo proiettato sull’altra persona e perdiamo
una straordinaria occasione di cambiamento interiore.

Perché, nel Dialogo, i sé non possono parlare direttamente tra di loro?
Vi sono diverse ragioni per questo. Ma forse il motivo più importante è questo: noi non
cerchiamo di cambiare le diverse parti. I sé sono quello che sono. Quello che è importante
è la nostra relazione con i diversi sé. Quando i sé vengono intervistati in una seduta di
Dialogo, quello che viene fatto è creare una relazione conscia con loro, sia come
consapevolezza oggettiva che come esperienza – prima questo avviene con i sé primari, e
successivamente anche con i sé rinnegati. Quando la nostra relazione con i diversi sé
diventa più chiara e consapevole, allora anche in essi può avvenire una trasformazione.
Ma quello che conta è la consapevolezza e il radicamento dell’Io cosciente. Ad es. due sé
possono continuare a detestarsi tranquillamente – quindi, se li facessimo parlare tra
loro, otterremmo la solita “cacofonia” oppure spingeremmo il processo verso una
riconciliazione non veritiera. L’Io cosciente può sostenere la tensione di due sé in conflitto
ed è proprio da questo processo che, nel tempo, può avvenire la trasformazione dei sé.

Uno dei temi che mi ha colpito, ma che ancora trovo difficile, è quello
relativo all’energia, ai “campi energetici”. Potete ampliare questo
argomento?

Il concetto di campi energetici entra nel Voice Dialogue grazie all’incontro con le arti
marziali e alla collaborazione tra Hal Stone, Larry Novick (insegnante di Aikido e
psicoterapeuta) e Robert Stamboliev (psicoterapeuta, esperto di Tai-Chi). Con gli anni,
l’aspetto energetico è stato sempre più applicato al campo psicologico, con lo studio dei
sistemi d’energia collegati alle strutture della personalità, acquisendo sempre più
importanza nell’esperienza della seduta. I campi energetici rappresentano una realtà
sottile e invisibile, ma fondamentale nella comunicazione tra le persone. Quando non ne
siamo consapevoli, gestiamo la nostra energia in modo automatico: ad es. in mezzo alla
gente, contraiamo il campo; vicino a persone amiche, lo espandiamo.
Finché resta inconscio, questo meccanismo può creare sensazioni di vicinanza accogliente
o disagio, senso di invasione o di abbandono. La realtà dei campi d’energia è diversa dai
sé. Alcuni sé possono essere “canalizzati” attraverso energie diverse: ad es. il sé madre o
padre può essere attivato attraverso un campo di energia personale o impersonale. Altri
sé sono invece più legati ad un campo specifico: ad es. i sé mentali sono canalizzati
attraverso l’impersonale. Il principio fondamentale alla base del lavoro energetico è
“L’energia segue il pensiero”: questo significa che è possibile imparare a gestire i campi
energetici in modo consapevole. Un tipo di energia su cui gli Stone insistono molto è
l’energia personale e impersonale. Il personale/impersonale può essere visto come un
continuum di energia che va da una vibrazione calda, accogliente, aperta, empatica e
percettiva ad una più fresca o fredda, contenuta, autoreferente, non colorata
emotivamente, fino alla chiusura totale (“impersonale ritirato”). Il flusso di energia
personale e impersonale colora le relazioni. Normalmente alla donna viene insegnato ad
essere più personale, mentre dall’uomo ci si aspetta un comportamento più impersonale.
Si tratta di condizionamenti culturali e sociali; in realtà ogni essere umano è capace di
utilizzare entrambe le energie, aprendo o chiudendo il proprio campo. Finché questa
realtà resta inconscia, non vi è reale possibilità di scelta.

Cosa si intende esattamente con il termine connessione energetica?
A volte, anche quando si è in compagnia di qualcuno, ci si sente improvvisamente soli.
Oppure, nel bel mezzo di una conversazione, si può sperimentare un senso di vuoto, come
se l’altro non stesse veramente ascoltando… anche se, chiedendoglielo, la persona è in
grado di ripetere esattamente le nostre parole. A volte, ci si ritrova a pensare che il
nostro partner sembra più affezionato al suo computer che a noi.
Questi sono tutti esempi di quello che noi definiamo una perdita del collegamento
energetico, una mancanza di connessione. Le nostre relazioni, oltre ad avere una
componente mentale, emozionale e spirituale, hanno anche una componente energetica –
ed è di questa che vogliamo parlare.
Vi sono molti modi con i quali comunichiamo con gli altri e ci colleghiamo ad essi.
Normalmente quando parliamo di comunicazione, intendiamo quella verbale; un altro
modo di comunicare è il linguaggio del corpo, col quale segnaliamo all’altra persona il
nostro interesse (come l’affetto, l’attenzione, la sessualità), oppure il nostro calo di
interesse (come la noia, l’irritazione, la rabbia). Molte persone sono sensibili a questo tipo
di comunicazione. Ad esempio sentono istintivamente che, quando non possiamo
guardarli negli occhi, probabilmente non stiamo dicendo la verità; oppure quando
incrociamo le braccia, forse non siamo d’accordo con loro, anche se non diciamo nulla;
ancora, quando le mani sono fredde, siamo probabilmente ansiosi anche se stiamo
parlando in modo aperto e fiducioso. Ognuno di noi ha un insieme di segnali che possono
essere letti dalle altre persone, le quali, soprattutto se tengono a noi, spesso sono liete di
poterci dire quali sono i “nostri” segnali.
La connessione energetica, però, è qualcosa di diverso e più sottile rispetto al linguaggio
corporeo. Ognuno di noi ha un campo d’energia che si estende oltre il corpo fisico, un
insieme di energie o vibrazioni che sono molto più fini dell’energia corporea. Questo fatto
è ben noto alle popolazioni indigene e alle persone che si occupano di guarigione
attraverso l’energia. Oggigiorno questi campi energetici possono essere anche fotografati
e misurati in laboratorio.
La maggior parte di noi, tuttavia, non sa nulla di questi campi energetici, che giocano un
ruolo molto importante nelle nostre relazioni, influenzando sensazioni e stato di
benessere. Quando non siamo consapevoli della loro esistenza, li controlliamo
automaticamente. Ad esempio, quando siamo circondati dalla folla, contraiamo il nostro
campo energetico in modo da essere meno aperti agli altri. Quando stiamo pensando, il
nostro campo è più freddo e le connessioni che creiamo sono più impersonali. Se ci
sentiamo amorevoli, invece, il nostro campo è più caldo, la nostra energia tende a
mescolarsi con quella dell’altro e le connessioni che creiamo sono più personali.
Spesso la componente energetica non è in accordo con la comunicazione verbale.
Possiamo dire che stiamo ascoltando, che sentiamo le parole, ma non siamo veramente
presenti in senso energetico.
Così come per il linguaggio del corpo, non è sempre facile osservare un chiaro
cambiamento fisico che si correli con il cambio della connessione energetica. Ad esempio
alcune persone sanno come sorridere e mantenere un buon contatto con gli occhi mentre,
nello stesso momento, stanno ritirando completamente la loro energia. Viceversa,
possiamo dire ed essere convinti che non stiamo cercando di invadere l’altra persona,
mentre il nostro campo energetico sta in realtà muovendosi verso l’altro.
Riteniamo che questo nuovo modo di guardare alla comunicazione e alla connessione
energetica sia molto affascinante, perché quando si conosce la realtà di queste
connessioni sottili, invisibili e legate all’energia, si apre un intero nuovo mondo di
informazioni sulle relazioni, soprattutto quelle che attivano sentimenti di connessione o
di intimità.

Sono stato colpito dalla facilità con cui ho sperimentato l’induzione e la
risonanza energetica. Come viene utilizzato tutto ciò nella seduta di Voice
Dialogue?

In campo fisico l’induzione è il processo grazie al quale un corpo avente proprietà
elettriche o magnetiche produce del magnetismo, una carica elettrica o una forza
elettromotrice in un corpo vicino, senza che vi sia contatto tra i due. Per risonanza si
intende l’amplificazione e il prolungamento di un suono per riflessione o per la vibrazione
propria di altri corpi.
In senso psico-energetico ogni sé vibra secondo una particolare energia, come un
accordo musicale rispetto al quale gli altri possono avere reazioni positive o di rifiuto. Ad
es. se una persona attiva la nota del sé giocoso, gli altri intorno possono risuonare della
stessa energia e reagire in due modi: se il loro sé primario è a proprio agio con “il gioco”,
saranno scherzose (ci sarà stata “induzione”); se i loro sé primari si sentono a disagio con
il gioco, bloccheranno l’energia giocosa, forse giudicando negativamente la persona
scherzosa. La capacità di indurre e risuonare energeticamente appartiene all’essere
umano fin dalla nascita; tuttavia, queste abilità vengono presto abbandonate o sopite, a
favore del linguaggio corporeo e verbale. In realtà noi restiamo “trasmettitori” di
energia, solo che perdiamo consapevolezza di questo mondo più sottile.
Nel Voice Dialogue la capacità di indurre l’energia di un sé o di risuonare con essa è ciò
che lo rende un metodo vitale, efficace, efficiente ed è alla base del lavoro del facilitatore.
Si tratta di un’operazione delicata che richiede esperienza e sensibilità, perché indurre
un’energia in modo troppo intenso può creare disagio e attivare nel soggetto il sé
opposto. Se il facilitatore è esperto e in contatto con le sue energie, sarà un “insegnante
energetico” e questa capacità aumenterà anche nel soggetto.

Il vostro concetto di energia si collega a quello dei chakra?
La comprensione dell’energia è fondamentale nel Voice Dialogue, e la percezione dei
chakra fa parte di questo processo. Tutta l’esperienza energetica arricchisce il lavoro di
facilitazione; si potrebbe anzi dire che un buon facilitatore ti insegna a “danzare con
l’energia”.

Quando nel Dialogo si parla di energia, viene spesso usato il termine
“canalizzare”. Io conoscevo questa parola in ambito spirituale, dove il
“channeler” è la persona in grado di canalizzare uno spirito guida. Vorrei
più chiarimenti.

In effetti il termine “canalizzare” o “channelling” si è diffuso negli ultimi anni in campo
spirituale, per indicare il dialogo con entità spirituali, spiriti guida o angeli, che si svolge
in genere con la mediazione di una persona che ha sviluppato la capacità di essere un
“canale” per questo tipo di energie. Il “channeller” resta consapevole di quanto avviene ed
in questo è diverso dal medium, che in genere perde la coscienza di sé e non ricorda cosa
è stato detto durante l’incontro.
Nel Voice Dialogue il termine “canalizzare” ha un significato molto diverso. Si riferisce
alla capacità di invitare i diversi sé e energie attraverso l’Io cosciente. Una volta attivato
il processo di separazione dai sé, è importante insegnare a canalizzarli attraverso l’Io
cosciente. Questa parte del lavoro è molto delicata ed è uno dei momenti più importanti
per radicare l’esperienza dell’Io cosciente, che sempre più diventa il punto di riferimento
per i diversi sé.

Il Voice Dialogue è adatto agli adolescenti?
A nostro avviso, non è adatto. Per poter “ampliare” e trasformare l’Io, bisogna prima che
esso sia ben strutturato. L’adolescente è ancora in questa ricerca. Un lavoro adatto e che
per certi versi ha una similarità con il Dialogo è il Sandplay (Gioco della sabbia) creato
dalla Dott.ssa Kalf. Anche lei, come Hal Stone, è stata allieva di Jung e la matrice
junghiana si riconosce in entrambi i metodi. Nel Sandplay, la persona crea un
paesaggio/situazione in una sabbiera appositamente costruita. Si tratta di una cassetta
di legno, con il fondo dipinto di azzurro, riempita di sabbia. Spostando la sabbia il fondo
azzurro può far emergere l’acqua; vi sono poi numerosissimi oggetti a disposizione del
cliente: alberi, case, animali, personaggi di ogni tipo, animali fantastici ecc. La persona
sceglie liberamente i personaggi e gli oggetti dagli scaffali e li dispone nella cassetta. Il
lavoro non è quindi verbale.

E’ possibile combinare il Voice Dialogue con l’immaginazione attiva?
Certamente. Il facilitatore può intervistare un sé e possono emergere immagini, storie,
che possono essere portate avanti con l’immaginazione attiva (detta anche imagery). Può
essere utile usarla anche quando la persona è nel centro, nel posto dell’Io cosciente. Ma
occorre essere pratici di entrambe le tecniche.

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